GESTIONE MULTINAZIONALE - La testa della Fiat sarà americana. Anzi no, resterà in Italia. O meglio, avrà più di un quartier generale: Torino per l’Europa e Detroit per gli Stati Uniti, oltre ad un centro direzionale in Brasile e una testa di ponte in Asia. Corsi e ricorsi del Marchionne-pensiero. Al di là delle inevitabili polemiche, una cosa sembra chiara: il Lingotto (nella foto qui sopra) guarda sempre di più Oltreoceano. E non sono pochi quelli convinti che la sede legale della società nata dall’eventuale (quasi certa) fusione tra il gruppo di Torino e la sua controllata americana Chrysler sarà negli States. Ad accendere la miccia, le parole pronunciate venerdì a San Francisco dall’amministratore delegato Sergio Marchionne: “Nel giro di due o tre anni potremmo pensare a una nuova entità, che potrebbe essere basata qui”. Anche perché, come ha già più volte avuto modo di spiegare, “in Italia si fa troppa politica”.

La sede della Chrysler nei pressi di Detroit.
IPOTESI PER IL FUTURO - Certo, prima bisogna restituire i circa sette miliardi di dollari di debito che la Chrysler ha con i governi di Stati Uniti e Canada; eppure, se il mercato dell’auto a stelle e strisce dovesse continuare crescere, la data fatidica dell’uscita dello stato dal capitale del gruppo di Detroit potrebbe essere dietro l’angolo, forse già alla fine del 2011. A quel punto, si aprirebbe la strada alla fusione, mettendo sul tavolo la questione degli equilibri societari e della governance. Ecco spiegato il motivo per cui il condizionale della frase di Marchionne non è bastato a evitare le polemiche, con tanto di telefonata “chiarificatrice” con il ministro del lavoro Maurizio Sacconi, mentre il presidente del Lingotto, John Elkann, “lavorava” sul fronte piemontese, tranquillizzando il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino. Ufficialmente, le autorità avrebbero ricevuto dalla dirigenza del gruppo risposte soddisfacenti: il volante della nuova società resterebbe in Italia. Per lo meno, uno dei volanti. “Si tratta di futuri e possibili ma assolutamente non decisi, assetti societari”, ha spiegato Sacconi. “Ci saranno più centri direzionali nelle aree dove c’è una forte presenza di mercato”, ha precisato Chiamparino.

La fabbrica Fiat a Betim, in Brasile.
VERTICE CON IL GOVERNO - Tutto chiarito, dunque? Non proprio. Le parole di Marchionne, gettate nello stagno della politica italiana, continuano a smuovere le acque. I metalmeccanici della Fiom, fortemente critici nei confronti delle strategie industriali dell’amministratore delegato, le leggono come una conferma ai loro timori: “La Fiat intende andare via dall’Italia”. Della serie, ve lo avevamo detto. Ecco allora che l’incontro, già in calendario, con il ministro dello sviluppo economico Paolo Romani, potrebbe diventare l’occasione per fare il punto della situazione. Alla presenza, oltre che dello stesso Sacconi, anche del presidente del consiglio Silvio Berlusconi e del ministro dell’economia Giulio Tremonti.















